Che artisti e scienziati spesso siano anche un po’ pazzi è luogo comune – ma un istituto di ricerca svedese, con il più grande studio mai realizzato su questo tema, lo dimostra statisticamente.

 

Nel 2011, Paul Lichtestein e Simon Kyaga, del Karolinska Instituet, avevano dimostrato con il loro team che persone che svolgono la professione di artista o scienziato sono più comuni in nuclei famigliari dove vi sono stati casi di disturbo bipolare o schizofrenia. Nel 2012, poi, a partire da questi risultati, hanno espanso il campo di ricerca a molte altre diagnosi psichiatriche, come anoressia, ADHD, autismo, abuso di sostanze, abuso di alcool, disturbi d’ansia, depressione, disordini schizo-affettivi e suicidio, includendo anche pazienti non ospedalizzati, ma trattati ambulatorialmente.

Quest’ultima ricerca ha coinvolto ben 1,2 milioni di pazienti e tutti i loro parenti, tracciati fino al grado di secondo cugino. Questi sono stati poi confrontati con i dati del medesimo campione demografico (cioè gli svedesi) in cui non era presente alcuna malattia. In poche parole, nello studio è stata coinvolta più o meno l’intera popolazione svedese. Naturalmente i dati sono stati studiati solo dopo essere stati aggregati in forma anonima.

creativitàI nuovi risultati confermano e addirittura amplificano quelli dello studio precedente, gettando una luce nuova sulla maggior parte delle patologie psichiatriche riconosciute. È stato ad esempio dimostrato che alcune malattie – soprattutto il disordine bipolare – sono più frequenti nell’intero campione di persone che svolgono professioni scientifiche o artistiche, come ballerini, ricercatori, fotografi e scrittori. Gli scrittori, inoltre, paiono associati a un particolare gruppo di malattie (schizofrenia, depressione, disturbi d’ansia e abuso di sostanze), e presentano un rischio di suicidio del 50% più alto della media della popolazione.

I ricercatori hanno anche confermato, su una base di dati molto più ampia, che le professioni creative sono in effetti più presenti nei parenti di pazienti con schizofrenia, disordine bipolare, anoressia e, anche se meno, autismo. Secondo Simon Kyaga, psichiatra e ricercatore al Dipartimento di Medicina Epidemiologica e Biostatistica del Karolinska Instituet, i risultati costringono a ripensare le patologie psichiatriche sotto una luce un po’ diversa.

“Il nostro studio suggerisce che si dovrebbe iniziare a considerare che certi fenomeni legati alle malattie mentali hanno anche dei lati positivi, produttivi. Questo apre una prospettiva completamente nuova sul trattamento delle patologie psichiatriche”, sostiene il ricercatore.

Medico e paziente dovrebbero infatti discutere e decidere assieme quali aspetti del disordine debbano essere trattati e quali no – e quale sia il costo di sopprimerli.  In psichiatria e in medicina, invece, vi è sempre stata la tendenza a vedere le patologie psichiatriche in un’ottica tutto-niente, e l’abitudine a sopprimere qualsiasi tipo di pensiero o comportamento classificati come patogeni.

Questa ricerca indica che tutti quei sintomi che generalmente sono associati alle malattie mentali potrebbero essere altrettanto associati anche a professioni molto creative o particolarmente astratte, le quali richiedono strategie di pensiero eterodosse e fantasiose per essere svolte correttamente.

E potrebbe inoltre, a livello più ampio, spiegare perché non vi sia alcun meccanismo di “selezione naturale” che “ripulisca” la nostra specie da queste patologie, la cui natura stessa è comunque ancora dibattuta. Di esse, infatti, vediamo usualmente soltanto il costo sociale ed umano, ma finora non ci erano mai stati chiari i possibili benefici. Ma proprio questa ricerca potrebbe essere il preludio – stiracchiando un po’ i termini – ad un secondo, scientifico, elogio della follia.

 
Fonte:Mental illness, suicide and creativity: 40-year prospective total population study.Kyaga S, Landén M, Boman M, Hultman CM, Långström N, Lichtenstein P.