Le recenti scoperte sulla biochimica dell’amore (ne abbiamo parlato qui) implicano inaspettati scenari medici ed etici sulla gestione dei sentimenti e sulla loro manipolazione farmacologica. Brian D. Earp, neuroeticista all’università di Oxford, si interroga su quel che potrebbe accadere in un futuro molto prossimo, e sulle implicazioni etiche delle “biotecnologie dei sentimenti”.

 

Bisogna premettere che non sappiamo ancora precisamente “come” funzioni l’amore. Sono stati scoperti, certo, i meccanismi biochimici e le aree cerebrali legati alle esperienze che costituiscono ciò che comunemente si chiama “innamoramento”. Ma la scienza non sa, per esempio, in base a cosa questo meccanismo “scatti” verso uno piuttosto che un altro individuo: e, allargando il quadro, la scienza neanche sa precisamente che cosa sia la mente, o quale sia il suo rapporto con il suo sostrato biologico – ovvero il cervello.

 

Detto questo, è conoscenza ormai più o meno assodata che un ormone ben preciso – l’ossitocina – sia il mediatore chimico delle esperienze di “tenerezza amorosa” che viviamo – noi e  gli altri mammiferi. Ed è altresì assodato che i livelli di testosterone ed estrogeni presenti nel sangue influenzino pesantemente il desiderio sessuale dei primati umani. A partire da questi ed altri fatti (qui trovate una panoramica più chiara), Brian Earp ha iniziato a chiedersi se e fino a che punto convenga e sia giusto che tali scimmie dall’andatura bipede manipolino chimicamente i propri sentimenti. E le questioni che ha sollevato sono sicuramente spinose – nonché più urgenti di quel che sembra.

 

Cosa c’è finora

Attualmente non esistono farmaci per curare l’amore, anche se un particolare tipo di antidepressivi ha mostrato essere una cura molto efficace contro il desiderio sessuale “in eccesso”. Sono stati finora usati soprattutto su persone riportanti le cosiddette parafilie – cioè, comportamenti sessuali giudicati patologici dalla comunità medica o dalle persone stesse. Stupratori seriali, pedofili, esibizionisti, che nella maggior parte dei casi riportano un’avvenuta diminuzione della libido – non di rado una totale soppressione.

 

Il futuro prossimo

Eppure sono noti anche i meccanismi che portano allo sviluppo dell’attaccamento e delle prime fasi dell’innamoramento. Nessuno ha ancora iniziato a produrre farmaci che interferiscano con questi processi, ma in realtà è solo questione di decenni, e forse addirittura di anni. Ed è già ora possibile prefigurare alcuni scenari.

 

Chi decide che un amore è “sano”?

Parlando di cure, si sottintendono le malattie. Ma in quali casi sarebbe lecito somministrare farmaci per ridurre l’amore verso una persona? Earp porta come esempio prima di tutto le relazioni disfunzionali, mantenute in piedi col sacrificio di uno dei due coniugi. Mettiamo il caso di un uomo che picchi, spesso e selvaggiamente, la moglie, ma che ogni volta poi si ripresenti in lacrime da lei, profondendosi in scuse e promesse. La moglie, innamorata, cede, e l’uomo ricomincia – uguale o anche peggio di prima. È uno scenario meno raro di quanto non si pensi, e uno in cui si potrebbe immaginare come eticamente giustificabile la somministrazione di un farmaco che, qualora il marito torni a chiedere scusa, permetta alla moglie di non venir “acciecata” dall’ossitocina che lei stessa secerne, e di valutare l’uomo e la sua vita per quel che sono – e non per quello che lei, in quel momento, sente che siano.

 

Ma se la donna, nonostante tutto, sostiene imperterrita di accettare la relazione così com’è? Chi si può arrogare il diritto di decidere di somministrare dei farmaci per guarire una relazione “malata” – che però, quando si va a chiedere, va bene a tutti e due? Se lei rifiuta il trattamento a suo discapito, non ha tutto il diritto di lasciarsi consumare da un marito che invece, se prendesse il farmaco, potrebbe lasciare senza rimorsi?

 

Parafilie e giudizio culturale

E vi sono molti altri casi potenzialmente critici. L’omosessualità, ad esempio, è rimasta catalogata come “disturbo psichiatrico” dal DSM fino al 1974: e tuttora nel mondo abbondano quelli che non disdegnerebbero di poterla curare con un farmaco ad-hoc. Altri pensano che l’orientamento sessuale di una persona non debba neppure essere materia di discussione, e che ogni forma d’amore sia ugualmente degna di riconoscimento sociale. Si tratta di orizzonti culturali divergenti, i quali si scontrerebbero molto aspramente attorno ad una simile tecnologia. Pensiamo allo stato del mondo com’è ora – e immaginiamo di mettere domani sul mercato mondiale un simile farmaco. Gli scenari potrebbero essere terrorizzanti. E non sono molto distanti.

 

Ma non solo: pensiamo al tormento di chi per motivazioni spirituali – di qualsiasi ordine – si trovi a credere che l’omosessualità gli sia nociva – e nonostante tutto, non sappia reprimere i propri sentimenti verso membri dello stesso sesso. Fino a che punto si potrebbe ritenere “etica” l’autosomministrazione di un farmaco per reprimere tali sentimenti? E che conseguenze potrebbe avere sul suo equilibrio psichico?

 

Migliorare le relazioni

Poniamo il caso d’una coppia sposata da anni, che viva un momento di calo della passione, di fastidio e disinteresse. Farmaci che aumentino l’attaccamento tra i due potrebbero essere il toccasana che ripara una relazione in crisi da anni. Eppure molti sostengono che gli esseri umani non sono fatti per relazioni lunghe una vita e che un impegno di una vita sia, appunto, un impegno, e non solo più una storia d’amore. Fino a che punto sarebbe quindi consigliabile per una coppia in crisi di tenere in vita, per così dire, artificialmente il proprio amore? E in che misura potrebbe diventare un facile vizio, una soluzione comoda ma distonica, stare insieme a suon di farmaci, piuttosto che con fatica e dedizione?

 

Dolore e condizione umana

Chi più chi meno, tutti conosciamo il dolore che comporta una storia d’amore finita male. C’è chi dice che il tempo guarisce le ferite, c’è chi si dà una mossa per vincere la disperazione e c’è chi si lascia andare nella depressione più nera. In ogni caso, ciascuno reagisce al dolore a suo modo – e ciascuno dal dolore, volente o nolente, impara qualcosa. E quindi è davvero desiderabile uno scenario in cui si possa, con due-tre settimane di pillole rimuovere completamente il dolore d’una storia finita male? Si oppongono qui i “bioconservatori” e i “bioliberal”: quel dolore, che la natura sembra averci prescritto, si può evitare senza conseguenze? O meglio sarebbe attenersi a ciò che la nostra chimica ci prescrive – e scegliere la via più impervia?

 

Che sia per reprimere o per aumentare, per non sentire il dolore o per provare ancora più piacere, una cosa è certa: la tecnologia allargherà sempre di più la capacità d’azione degli uomini sulla propria psiche, proponendo panorami completamente inconcepibili fino a poco tempo fa. E chiedersi cosa sia lecito o meno è necessità sempre più stringente – in un mondo dove la tecnologia cresce al quadrato, ma non pare esservi alcuna legge di Moore per la capacità morale umana.

 

Fonti:

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24161170

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23880593

http://www.newscientist.com/article/mg22129564.700-cure-for-love-should-we-take-antilove-drugs.html?page=2#.UxSlIPR5PrY