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Le tre fasi dell’amore

La teoria triangolare dell’amore (da non confondersi col triangolo amoroso) di Sternberg classifica le relazioni amorose lungo tre dimensioni: passione, intimità ed impegno.

In base a queste tre direttive, secondo gli scienziati le storie d’amore procedono per fasi. La prima è quella dell’innamoramento, del romanticismo vero e proprio. Qui passione e intimità sono alti, ma l’impegno non gioca ancora un ruolo fondamentale. Le caratteristiche biochimiche di questa fase sono forti scariche di dopamina e ossitocina in presenza dell’amato, e, in sua assenza, livelli molto bassi di serotonina. Grande felicità ed euforia quando si è assieme –  demotivazione, tristezza e “dipendenza” quando invece si è distanti.

Ad essa segue una fase di stabilizzazione, che dura da qualche mese a diversi anni, in cui la passione è ancora alta, ma l’impegno diventa di giorno in giorno più rilevante. Questa fase, più stabile, vede scomparire i bassi livelli di serotonina, e diversi altri ormoni entrano in gioco per riequilibrare la situazione. In generale si hanno individui meno stressati, più sereni e, nei maschi, con un livello leggermente inferiore di testosterone rispetto agli individui single.

coppia anzianaLa terza fase è il plateau, in cui la passione ormai è scesa (anche se non mancano gli esempi di coppie assieme da 20 anni che ancora dichiarano di provare grande passione l’uno per l’altro), e la relazione è diventata molto più simile ad una fortissima amicizia. Ossitocina e vasopressina giocano ancora un ruolo fondamentale – soprattutto l’ossitocina, che media (ed “è”) i sentimenti di tenerezza, fiducia e gratitudine – che come si può ben immaginare, sono fondamentali in questa fase. C’è da dire che non tutte le coppie, però, arrivano a questo traguardo. E questo, assieme ad altri dati, è ciò che ci spinge a fare alcune considerazioni sulla monogamia.

Una specie monogama o promiscua?

Gli scienziati propendono decisamente per la promiscuità. Esclusi gli sceneggiatori della Disney – tutti sanno che la maggior parte delle storie d’amore prima o poi finiscono. E questo è un dato etologico forte, che nonostante le straordinarie differenze culturali tra le popolazioni umane, è stabile più o meno ovunque. Inoltre, nella specie umana i maschi sono un 30% più grandi delle femmine: tra tutti gli altri mammiferi in cui ciò accade, non si registra neanche una specie di “monogami perfetti”. La risposta della comunità scientifica è comunque bifronte: se anche gli uomini non hanno una “monogamia perfetta” – non sono neanche poi così promiscui. Il paradigma riproduttivo umano, infatti, è detto “monogamia seriale”. Ovvero: come specie, mostriamo alti livelli di “monogamia sociale”, pur non avendo nessun tratto delle specie che godono di “monogamia sessuale” – cioè che non solo formano coppie stabili, ma che pure sono fedeli.

In conclusione:

La scienza è ben distante dalla comprensione “dell’amore” come fenomeno in toto – ma ci suggerisce molti pensieri curiosi. Ad esempio, il parallelo tra topi “innamorati” e topi cocainomani. Oppure fornisce parziali spiegazioni a fenomeni molto ben conosciuti – come il fatto che innamorarsi faccia spesso (beatamente) rimbecillire. E, se anche non consola, suggerisce anche che il fatto che quasi tutte le relazioni prima o poi finiscano – e l’infedeltà sia un comportamento così diffuso – siano tutto sommato qualcosa che appartiene alla nostra natura.

Fonte: Neuroscience