Si parla spesso di “mente”, “abilità cognitive” e più in generale di “cervello” – presumendo che questi siano concetti comuni a tutti gli umani: si dice cervello e spesso s’intende “natura umana”. Una review propone un diverso approccio alle neuroscienze, e ci spiega come anche i fenomeni più “semplici” delle scienze cognitive, come la percezione e il comportamento, siano spesso influenzati da fattori culturali.

 

Il procedimento classico delle neuroscienze cognitive, ereditato dalle “scienze forti” da cui discende, e alle quali guarda, l’attuale scienza della mente – è quello di identificare fenomeni e poi stabilirne le leggi. I fenomeni sono raccolti secondo certe metodologie tra tutto ciò che può accadere ad un essere umano – e poi studiati, aggregando casi diversi ma simili fra loro, nella convinzione che si tratti di occorrenze differenti delle medesime identità. Finora poche voci – anche se ce ne sono state – si sono invece premurate di osservare che i fenomeni umani hanno, al contrario di quelli fisici o chimici, un loro specifico contesto culturale. E che questo contesto, spesso, può fare la differenza.

Per esempio nella percezione. Diversi studi hanno recentemente dimostrato che gli “occidentali” (inteso qui nel senso di cittadini americani o europei) hanno un diverso modo di esplorare la scena visiva rispetto agli “orientali” (cinesi e giapponesi). Gli occidentali tendono a focalizzarsi sull’oggetto e sulla sua identità, mentre gli orientali tendono piuttosto ad analizzare il contesto ed il rapporto dell’oggetto stesso col contesto. S’ipotizza che questo sia a causa della generica tendenza al particolarismo occidentale, in contrasto con la più ampia, ed olistica, visione del mondo orientale. Quando a orientali e occidentali viene chiesto di analizzare un oggetto (una lineetta) in rapporto col suo contesto (il quadrato che la circonda) oppure di giudicare la sua dimensione assoluta, i due gruppi mostrano attivazioni neurali differenti. Gli orientali “usano” di più le zone del controllo dell’attenzione – un network specifico di regioni frontali e temporali – quando devono giudicare il valore assoluto della linea; gli occidentali, invece, quando ne devono valutare le dimensioni contestuali. Questo significa che gli occidentali devono “sforzare” di più l’attenzione quando valutano contestualmente, gli orientali quando valutano in maniera assoluta. Gli autori dello studio sostengono che questo sia dovuto al fatto che entrambi i gruppi hanno bisogno di andar contro la loro abitudine spontanea. In un altro studio, un altro team di ricerca è pervenuto a risultati compatibili. Ovvero: gli americani tendono a mostrare abituazione soprattutto nell’area cerebrale preposta all’elaborazione di oggetti singoli – gli orientali, invece, in quelle preposte all’elaborazione di configurazioni visive complesse.

Il riconoscimento dei volti è un altro processo molto influenzato dalla cultura. È stato dimostrato, ad esempio, che gli individui riconoscono meglio e prima le emozioni dei volti di individui della propria cultura piuttosto che di una differente. Inoltre, mentre gli occidentali mostrano un’attivazione bilaterale della FFA (l’area fusiforme delle facce) durante il compito di riconoscimento dei volti – gli orientali mostrano una preferenza destra. Questo sarebbe da attribuirsi, appunto, allo “stile di visione” orientale, meno analitico (l’emisfero sinistro è quello del linguaggio), e più “sintetico”. Inoltre, dato che la FFA e la VWFA (l’area della forma visiva delle parole) sono molto vicine – alcuni suggeriscono che anche la forma del lessico che differisce tra le due culture (ideogrammi gli orientali, parole fonetiche gli occidentali) potrebbe essere il motivo per il quale l’attivazione destra è maggiore tra gli orientali.

E proprio il linguaggio ha effetti molto variegati, ed estesi, sulla cognizione umana. Un articolo del 2001 dimostra che i cinesi hanno una rappresentazione del tempo “verticale”, mentre gli occidentali ne hanno una “orizzontale”: e fanno errori differenti nel medesimo compito. Inoltre, differenti ortografie possono influenzare il modo in cui sono rappresentate le parole nel tessuto cerebrale.

Infine la percezione di sé. Le culture individualistiche, dice Kitayama, tendono a vivere il sé come indipendente dagli altri, mentre quelle più collettivistiche tendono a considerare il sé come un’entità interdipendente che è strettamente legata a quello degli altri. Uno studio del 2009 ha dimostrato che i nativi inglesi sono più rapidi nel distinguere la propria faccia da quelle di persone a loro famigliari rispetto ai nativi cinesi. Questi ultimi, inoltre, mostrano una spiccata attività cerebrale nella VMPFC (la corteccia prefrontale ventromediale), area conosciuta per essere associata al pensiero di sé – quando viene chiesto loro di pensare alla propria madre. Questo non succede se viene chiesto loro di pensare ad altre persone: ma negli occidentali quest’attivazione non è presente neppure in relazione alla propria madre.

La scienza della mente ha fatto passi da gigante negli ultimi trent’anni – ma sotto svariati aspetti siamo ancora agli albori. L’effetto di culture differenti su mente e cervello è proprio uno di questi: un campo in cui l’ignoto supera ancora di gran lunga ciò che è noto.

Fonte: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22670876