“Nell’uso pratico del nostro intelletto, dimenticare è importante tanto quanto ricordare”.

Con queste parole nel 1890 William James, uno dei padri fondatori della psicologia statunitense, indicava come la parziale capacità di immagazzinare e richiamare ricordi sia una feature, piuttosto che un difetto di fabbrica del cervello.

Spiega infatti William James che ricordare qualsiasi cosa sarebbe tanto sconveniente quanto non ricordarne alcuna. Per esempio, se ricordassimo un qualsiasi episodio nel minimo dettaglio, sarebbe necessario tanto tempo quanto la durata stessa dell’episodio! In altre parole, come potremmo pensare al futuro, investendo tante risorse mentali nel passato?

Una nozione forse controintuitiva, in una contemporaneità ossessionata dall’archiviazione e catalogazione accurata delle informazioni.

Capita così che ci allarmiamo per dimenticanze di poco conto, e sdrammatizziamo scherzando sulla nostra memoria che invecchia. Invece questi piccoli errori sono spesso nient’altro che l’esito inevitabile di sistemi di memoria sempre più sovraccarichi di informazioni e impegni da tenere a mente.

Il cervello ottimizza l’acquisizione di nuove informazioni

Fortunatamente però il nostro cervello è un capolavoro di efficienza. Esso infatti filtra le informazioni già a partire dalla codifica iniziale, e successivamente le consolida, scarta o riorganizza in base alle nostre mutevoli necessità.

In particolare, una delle principali strategie mnemoniche del nostro cervello è quella di legare una nuova informazione (es. un volto nuovo) al contesto in cui la incontriamo per la prima volta (es. in ufficio). Questa strategia è molto efficace, perché è probabile che in futuro avremo necessità di ricordare la nuova informazione nello stesso contesto in cui l’abbiamo appresa (riconoscere il nuovo collega in ufficio). Al tempo stesso però, penalizza la probabilità di ricordare la stessa informazione in contesti diversi (riconoscere lo stesso collega al supermercato).

A tal proposito, un recente studio scientifico ha indagato questo aspetto della codifica delle informazioni. Utilizzando coppie di immagini raffiguranti oggetti e ambienti, gli autori hanno evidenziato due aspetti della nostra memoria:
• è più facile riconoscere un oggetto quando viene mostrato insieme all’ambiente in cui è stato visto per la prima volta, mentre è più difficile riconosce un oggetto collocato in un ambiente diverso da quello iniziale;
• in assenza di precedente familiarità con l’oggetto, è ancora più difficile identificarlo in un ambiente diverso da quello iniziale.

Inoltre, i partecipanti allo studio erano sottoposti a risonanza magnetica funzionale mentre svolgevano le prove di memoria. In questo modo, I ricercatori hanno evidenziato che entrambi gli effetti sono legati ai livelli di attività osservati nell’ippocampo. L’ippocampo è una struttura cerebrale bilaterale dalla forma simile a un cavalluccio marino. Situato nella regione interna del lobo temporale, esso ricopre un ruolo fondamentale per molti processi di memoria, tra cui quello di mettere in relazione informazioni diverse.

Dimenticare è una forma di efficienza

L’autore responsabile dello studio, il Dr. Baumann della Bond University, afferma che i risultati mostrano che il cervello mette al primo posto l’efficienza. Nei sistemi di memoria, questo si traduce nel selezionare già a monte quali informazioni sono assolutamente necessarie.

A riprova di ciò, il Dr. Baumann porta in esempio la condizione nota come ipertimesia. Gli individui affetti da questa rara sindrome sono infatti capaci di ricordare fin nei minimi dettagli episodi della loro vita, anche dopo molti anni dal loro accaduto. Tuttavia, per alcuni di essi questo dono apparente comporta serie difficoltà a concentrarsi sul presente – o paradossalmente – ad apprendere informazioni specifiche su fatti che non riguardano la loro diretta esperienza.