Un recentissimo studio sui topi suggerisce che alcuni ricordi potrebbero essere trasmessi non solo da padre a figlio, ma persino da nonno a nipote. Se i risultati fossero confermati, questo aprirebbe prospettive del tutto inaspettate su memoria e codice genetico.

 

I fatti sono semplici. Un’equipe di ricercatori americani mette un topo in una gabbietta impregnata di acetofenone (un composto aromatico a metà tra la mandorla e la ciliegia, presente nei chewing-gum e in altri prodotti alimentari) – e gli dà ripetutamente una piccola scossa. Di lì in poi, il topo sarà condizionato: ogni volta che sentirà quell’odore, reagirà mostrando i segni fisiologici del terrore di ricevere un’altra scossa.

Fin qui, niente di nuovo: si chiama condizionamento classico, la celeberrima scoperta di Pavlov, fatta più di un secolo fa a spese dei suoi altrettanto famosi cani.

Ma l’esperimento continua: il topo viene fatto figliare, sia in vitro (unendo in provetta cellula uovo e spermatozoo e solo poi impiantando l’embrione) – sia normalmente. Si aspetta che i figli raggiungano la maturità – poi se ne prende uno e lo si espone all’acetofenone. Naturalmente le cose sono state disposte in modo che fosse la prima volta che lo sentiva in vita sua.

E, proprio come il padre, il figlio annusa e sussulta per il terrore.

Non finisce ancora qui. La stessa equipe fa figliare anche lui e ottiene dunque i nipoti del primo topo. Aspetta che crescano, poi li espone all’acetofenone – e osserva gli stessi risultati. Il nipote sussulta come il nonno, a causa del ricordo ereditato di una scossa risalente ormai a due generazioni prima. È importante sottolineare che per figlio e nipote quella è stata in assoluto la prima volta che sentivano quell’odore.

E allora, com’è possibile?

 

Il DNA e il fattore “epigenetico”

DNAGli stessi autori dello studio ipotizzano che la trasmissione avvenga modulando l’espressione di alcuni geni. Il codice genetico, per funzionare correttamente, dev’essere costantemente letto e riletto da piccoli organelli intracellulari – i ribosomi – che poi provvedono a sintetizzare le conseguenti proteine – delle quali siamo fatti, e grazie alle quali “funzioniamo”. È una cosa che avviene di continuo in tutti gli esseri viventi – e proprio in questo istante anche nel vostro corpo: o almeno lo spero per voi. L’ipotesi dei ricercatori americani è che l’esperienza passata non influenzi direttamente il codice genetico, ma piuttosto l’espressione di alcuni geni a vantaggio o detrimento di altri. I ricordi, stando alla loro ipotesi – non modificano il DNA ( altrimenti vivremmo in un mondo lamarkiano), ma modulano il suo funzionamento, dirigendo così il comportamento. Tutti i fattori non presenti nel DNA ma ugualmente ereditabili – si chiamano “epigenetici”.

E infatti gli stessi ricercatori trovano delle modifiche temporanee (metilazione di alcune basi) al DNA del topo figlio e nipote, e nel DNA degli spermatozoi prodotti dal nonno. Non solo: trovano maggiori livelli di proteine sensibili all’acetofenone nel naso dei famigliari del nonno, e persino maggiori dimensioni dei canali che segnalano al cervello la presenza di tale composto (rispetto ad altri topi di controllo, naturalmente).

Eppure, una rimane aperta una questione: in che modo l’esperienza del topo “nonno” ha implementato sul suo DNA quelle modifiche temporanee? Qual’è la catena causale che va dal naso del topo alla metilazione di alcune basi nel DNA degli spermatozoi presenti nelle sue gonadi?

 

Una questione difficile

Che la storia famigliare influenzi la vita dell’individuo non è una considerazione nuova. Già lo psichiatra ungherese Leopold Szondi nel XX secolo proponeva un’originale teoria d’influenza reciproca tra generazioni, codice genetico e contesto atta non solo a spiegare lo sviluppo di psicopatologie, ma persino l’intera definizione della vita d’un individuo. Egli prospettava una sorta d’inconscio famigliare, fatto di interazioni ricorsive tra codice genetico e comportamento esteriore.

Freud stesso, poi, sosteneva che “l’eredità arcaica degli uomini non abbraccia solo disposizioni, ma anche contenuti, tracce mnestiche di ciò che fu vissuto da generazioni precedenti”[1]. Di qui in poi la scuola psicoanalitica prese una direzione che si diramerà in svariate discipline e concetti, dalla nozione di “inconoscio collettivo” di Jung fino alla più contemporanea “Sindrome degli antenati” di Anne Schützenberger. Tutte pratiche e teorie accomunate però dal medesimo denominatore: la mancanza di una prova scientifica forte, causale e non correlazionale, a sostegno delle loro affermazioni.

Vicini ad una svolta? 

Nel 2008, un’equipe di ricercatori olandesi svolse uno studio sui sopravvissuti ad una carestia (del 1944-1945) in Olanda. I soggetti presi in considerazione furono coloro che, durante la carestia, erano soltanto feti, e in essi vennero cercate tracce di metilazione di un gene che regola un ormone coinvolto in vari processi, dalla crescita alla regolazione d’insulina del sangue. Risultato? Coloro esposti alla carestia avevano una significativa differenza d’espressione di questo gene rispetto ai propri coetanei – sessant’anni dopo la carestia stessa. Era la prima volta che qualcuno dimostrava la persistenza di modificazioni “epigenetiche” in fase prenatale. Questo darebbe consistenza all’ipotesi del gruppo americano, anche se finora nell’uomo non sono mai state trovate tracce di ereditarietà di questo meccanismo.

Ma siamo solo agli inizi: e non si sa mai che un giorno si scopra che quell’odore proprio non lo sopportate perché vostro nonno, sessant’anni prima, aveva preso una scossa mentre lo annusava. O che di certi argomenti proprio non volete sentir parlare, perché vostro padre da giovane è caduto e si è rotto un piede mentre ne parlava. Sarebbe un mondo ben strano – ma tutto sommato più per lo scienziato che per il senso comune. In fondo che “il sangue non è acqua”, istintivamente lo sappiamo da millenni. Anzi, forse da milioni di anni: e ora sappiamo pure che, a volte, ricorda.

P.S: A proposito di ricordi. Ce n’è qualcuno che vorreste cancellare, come nel famoso film con Jim Carrey? Pare che qualcuno abbia capito come fare. E pare anche che il metodo funzioni: ma non sarà una passeggiata…

Link utili:

http://www.pnas.org/content/105/44/17046.long

http://www.nature.com/neuro/journal/vaop/ncurrent/full/nn.3609.html

http://www.nature.com/news/fearful-memories-haunt-mouse-descendants-1.14272


[1] “L’uomo Mosè e la religione monoteista”, 1979, vol. 11, p. 419-20, ed. Boringhieri