Numerosi studi condotti in prestigiose università europee e americane hanno dimostrato che uno dei più letali – e sopravvalutati – fattori di rischio alla guida è il campo visivo utile (o UFOV, dall’inglese Useful Field of View).

 

I prestigiatori ci insegnano che vedere non corrisponde a percepire. I trucchi cognitivi degli illusionisti si basano proprio su questo presupposto: se qualcosa nel nostro campo visivo non attira la nostra attenzione, è come se non fosse successo. La retina riceve, ma il cervello non elabora: è così che i “maghi”  sfilano conigli dai cappelli e recuperano monetine dietro al nostro orecchio.

Questa semplice verità ha svariate ricadute, non solo nell’illusionismo. Una delle più immediate e importanti per la nostra vita quotidiana è che il modo in cui prestiamo attenzione influenza le nostre abilità alla guida.

È proprio questo il motivo per il quale la guida sotto l’effetto di sostanze psicoattive è duramente sanzionata dalla legge: perché interferiscono con la nostra consapevolezza dell’ambiente circostante, nonché con la nostra capacità di giudizio.

Ma non sono solo i farmaci, le droghe o gli illusionisti ad alterare la nostra attenzione. Questa, come molte altre abilità umane, declina fisiologicamente con l’andare del tempo. E non solo nei test, ma anche nella vita reale. La seconda fascia più a rischio (dopo quella 25-59) d’incidente mortale o con feriti è quella dei >60. Lo stereotipo della vecchietta che ha bisogno d’aiuto per attraversare è più vero di quanto non si pensi comunemente: tra i pedoni, gli over 60 sono tre volte più suscettibili d’incidenti mortali rispetto a tutte le altre categorie. (Dati ACI – link)

E sulle strade vi sono sempre più anziani: nel 2010 in Italia le persone con più di 65 anni sono state il 20,5%: l’ISTAT prevede che nel 2020 saranno il 23,2%, nel 2030 il 27% e nel 2050 il 33,6%. Ovvero, tra meno di 40 anni un italiano su tre avrà più di 65 anni.

I veri fattori di rischio

Dagli anni 90 in poi una serie di studi, soprattutto negli USA, inizia ad esplorare la relazione tra campo visivo utile e performance alla guida. I primi studi sono correlazionali: viene analizzato il numero e la frequenza d’incidenti di vaste coorti di soggetti anziani, nei 2, 3 o in alcuni casi anche 6 anni successivi al periodo di test. E i risultati sono sorprendenti. Si dimostra che anziani con patologie che implicano una perdita anche significativa di campo visivo – sono comunque meno a rischio d’incidente di anziani con campo visivo intatto ma diminuito campo visivo utile, o attentivo [link].

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Il motivo, spiegano gli scienziati, è molto semplice: avere un campo attentivo intatto permette di correggere i propri difetti visivi, semplicemente muovendo lo sguardo per esplorare quelle porzioni di spazio che si sa d’aver omesso. Il contrario non è però possibile: ovvero, chi ha un UFOV ristretto, non solo non riesce a correggere i propri difetti visivi – ma le sue performance di guida addirittura scendono sotto il livello degli ipovedenti. [link]

E non solo un diminuito campo visivo attenzionale espone al rischio d’incidenti: ma peggiora anche la qualità della vita. In uno studio [link] su 500 anziani, si dimostra che un UFOV ridotto diminuisce sensibilmente la mobilità e l’indipendenza dell’anziano.

Ma è davvero un processo irreversibile?

Avere un’interessante vita sociale e buoni rapporti coi famigliari sono fattori protettivi per lo sviluppo di demenze degenerative. Ma come risolvere il problema dell’attenzione che se ne va? È molto semplice  – tenendola in allenamento.

Un importantestudio americano del 2010 su un campione di quasi 1000 anziani [link] dimostra che seguire un allenamento cognitivo per migliorare ragionamento e “velocità di elaborazione” – un termine ombrello per una serie di abilità che riguardano la velocità con la quale percepiamo e ragioniamo – può avere ottime ricadute sull’inevitabile perdita d’attenzione che viene con l’età. In questo studio, in particolare, è stato dimostrato che solo 10 ore di training (distribuite su 2 settimane) hanno dimezzato il rischio d’incidente dei partecipanti nei successivi 6 anni, e sensibilmente aumentato la mobilità e l’indipendenza degli stessi.

Il brain training per risultati specifici 

Il numero incredibilmente esiguo di ore ed il risultato possono indurre un certo scetticismo. Eppure non è affatto strano che i risultati siano così “eclatanti”. Qui non si parla, infatti, di somministrare farmaci o fare operazioni chirurgiche definitive. Quel che cambia è prima di tutto la mente, e in seguito il cervello, ma solo tramite l’allenamento.

ingranaggi

Gli esercizi di brain training non fanno alcun miracolo: semplicemente costringono chi li fa a compiere alcuni “atti mentali” specifici durante un compito – e poi ad abituarsi a compierli anche durante le occorrenze della vita quotidiana. Chi ha problemi di schiena sa bene quanto possa essere dannosa una postura sbagliata – o un paio di scarpe troppo alte. In maniera analoga, il brain training non risolve il problema dei tendini infiammati: insegna soltanto ad assumere una “postura mentale” più consona all’attività che si sta svolgendo. Sarà poi svolgendola in quella postura che il problema si risolverà – o che il declino rallenterà, e in certi casi anche di molto.

Ormai sappiamo che non è vero che usiamo solo il 10% del nostro cervello. Letteralmente falso, perché il cervello lo si usa tutto quanto – ma metaforicamente vero, perché, rispetto alla prestazione, vi sono modi efficienti e molto meno efficienti di usare il cervello. E non sempre l’abitudine ci porta ad affidarci ai più efficienti: ma basta veramente poco per riprendere migliori abitudini di pensiero – e continuare a guidare tranquilli.