Abbiamo più di cinque sensi

L’idea che noi esseri umani abbiamo cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto) è una convinzione che risale a 2.000 anni fa, ad Aristotele. All’epoca si trattava di un’ipotesi ragionevole, ma le neuroscienze hanno fatto notevoli passi avanti dai tempi dell’antica Grecia. È emerso che abbiamo almeno quattro sensi aggiuntivi e il più sottovalutato di essi è noto come INTEROCEZIONE.

La parola si compone di due parti:

In sostanza, interocezione significa consapevolezza del nostro stato interno, che comprende le associazioni apprese, i ricordi, le emozioni e tutti i dati che attraversano le nostre connessioni neurali.

L’interocezione si contrappone all’esterocezione, che consiste nel ricevere i dati esterni attraverso i sensi. La maggior parte di noi tende a dare la priorità a questa tipologia di informazioni.

Al centro del cervello si trova un organo straordinariamente sofisticato, l’insula. Questo nucleo spugnoso è il quartier generale della rappresentazione corticale, che si riferisce al modo in cui il cervello elabora tutte le informazioni sul nostro stato interno. E’ quindi impegnata in prima linea nei processi di interocezione.

Tre motivi per allenare l’interocezione

  1. Prendere decisioni più informate
    Coltivando l’interocezione, possiamo imparare ad ascoltare di dati provenienti dai cambiamenti di attivazione dei neurotrasmettitori, che sono segnali importantissimi che il nostro corpo ci manda e non siamo abituati a cogliere. Cambiamenti nell’adenosina, ad esempio, segnalano il bisogno di dormire, mentre un cambiamento nella meccanica del respiro può segnalare un mutamento nella nostra risposta di eccitazione.
  2. Evitare il burnout
    Una ridotta capacità di sviluppare l’interocezione tende a essere associata a risposte disadattive allo stress, che in gergo scientifico si traduce nel fenomeno del burnout. Periodi prolungati di stress elevato causano un sovraccarico allostatico, ovvero un’usura accumulata del corpo, che porta a una maggiore fragilità del sistema nervoso.
  3. Miglioramento della regolazione emotiva
    Quando manca l’interocezione, non siamo in grado di percepire pienamente le sensazioni associate alle emozioni. Sfortunatamente, ciò significa che esse rimangono al di sotto della nostra consapevolezza e vengono invece proiettate sugli altri, oppure ci ritroviamo a reagire emotivamente in modi che raramente favoriscono i nostri obiettivi a lungo termine.

Come migliorare l’interocezione

Immaginate di imparare a cucinare. Il processo richiede di coltivare la sensibilità della vostra tavolozza che percepisce i sei gusti fondamentali: dolce, acido, salato, amaro, salato e umami. In questo senso, la nostra tavolozza interocettiva comprende:

Mente (pensieri incalzanti o annebbiati vs. calma e attenzione)
Consapevolezza (espansa e ricettiva vs. ristretta e protettiva).
Postura (aperta e rilassata vs. tesa e contratta)
Respiro (profondo, lento e morbido vs. superficiale e rapido)
Emozioni (gratitudine, gioia, tristezza, ecc.).

Proprio come uno chef che compone un menu di degustazione di cinque portate, esiste un numero infinito di permutazioni di sapori all’interno di queste categorie. L’interocezione è un’abilità che può essere coltivata attraverso la curiosità e la sperimentazione intenzionale.

Come valutare la propria capacità interocettiva

La misura più diffusa e citata della capacità interocettiva è la Valutazione Multidimensionale della Consapevolezza Interocettiva (Multidimensional Assessment of Interoceptive Awareness – MAIA), un self-report composto da 37 domande molto utilizzato in ambito psicologico. Il lettore valuta alcune affermazioni su una scala che va da 0 a 5, dove lo 0 corrisponde a mai e il 5 corrisponde a sempre.

Lavorare sulla propria interocezione

L’interocezione è una qualità su cui tutti possiamo lavorare. Il processo di raggiungimento di una piena consapevolezza di sé è lungo e non esule da difficoltà. Ci sono tuttavia alcune tecniche che ci possono aiutare nel raggiungimento di questo scopo.

La meditazione Mindfulness, ad esempio, è una tecnica molto utilizzata che insegna a potenziare la consapevolezza e la presenza mentale, diminuendo al contempo l’ansia e lo stress. Attraverso dei semplici esercizi è possibile allenare la capacità di focalizzare l’attenzione nel qui e ora, ascoltando ciò che il nostro corpo ci comunica nel momento stesso in cui stiamo praticando la meditazione.

Il Brain Wellness di Neocogita

La piattaforma digitale Brain Wellness di Neocogita offre un laboratorio di mindfulness (rivolto alle aziende) che combina l’utilizzo individuale di audioguide con sessioni di coaching di gruppo, al fine di potenziare le abilità attentive, la consapevolezza e la resilienza e di ridurre le risposte negative allo stress. Cinque settimane di allenamento minimo alla pratica della mindfulness per 20 minuti al giorno, per 5 giorni alla settimana, possono essere sufficienti a favorire in un gruppo di lavoratori una riduzione statisticamente significativa dello stress e dell’ansia.

Contattaci per ottenere maggiori informazioni sulla tecnologia TOI™ e sulle possibilità di implementazione in servizi di terze parti.

Sono sempre di più le persone che scelgono, per preferenza personale o per esigenze aziendali, di lavorare da remoto. Indipendentemente dal luogo in cui lavoriamo, tutti noi possiamo mettere in pratica alcuni semplici accorgimenti per migliorare il nostro ambiente di lavoro e per ottimizzare, di conseguenza, la nostra produttività.
Di seguito alcuni efficaci accorgimenti che non richiedono l’acquisto di prodotti o attrezzature specifiche e che sono estremamente utili per:

Suggerimento #1 – Sedersi o stare in piedi?

Ci sono persone che prediligono lavorare in piedi, e persone che invece preferiscono stare sedute. Alcune recenti ricerche [1] sostengono che l’approccio corretto è quello di non optare per l’una o per l’altra possibilità, ma piuttosto di combinarle, alternando i momenti di lavoro in piedi ai momenti di lavoro seduti. È bene organizzare la scrivania e lo spazio di lavoro in modo da poter lavorare seduti per un certo periodo di tempo (circa 30 minuti) e poi passare agevolmente a lavorare in piedi (per 10-30 minuti), per poi tornare a sedersi.
Le ricerche dimostrano anche che è una buona prassi fare una passeggiata di 5-15 minuti dopo ogni 45 minuti di lavoro.
Non è necessario acquistare una scrivania specifica per lavorare in piedi. Il nostro pensiero creativo ci insegna che ci sono molti modi per trasformare una scrivania standard in una scrivania ibrida, ad esempio apponendo delle scatole robuste o delle alzate in legno al piano di lavoro quando si vuole lavorare in piedi.

Suggerimento #2 – Il momento giusto

Il nostro corpo e il nostro cervello non lavorano nella stessa maniera durante l’arco della giornata, ma esistono delle fasi specifiche che ci rendono più adatti a talune attività piuttosto che ad altre.

Suggerimento #3 – Lo schermo (e lo sguardo) nella giusta posizione

Esiste una relazione tra il luogo in cui guardiamo e il nostro livello di vigilanza. Quando guardiamo in basso, si attivano i neuroni legati alla calma e alla sonnolenza. Guardando in alto si ottiene l’effetto opposto.
Stare in piedi e seduti in posizione eretta mentre si guarda uno schermo, o tenere un libro leggermente al di sopra dell’altezza degli occhi mentre lo si legge, genera i massimi livelli di vigilanza. Per avere lo schermo all’altezza degli occhi o al di sopra di essi e non lavorare guardando lo schermo in basso può essere necessario configurare un po’ il proprio spazio di lavoro, ma ne vale la pena per i benefici che ne derivano per la mente e per il lavoro.

Suggerimento #4 – Il giusto sottofondo sonoro

Ad alcune persone piace lavorare in silenzio, mentre altre preferiscono un rumore di fondo. Alcuni tipi di rumore di fondo sono particolarmente indicati per la nostra produttività. Lavorare con un rumore bianco, rosa o marrone in sottofondo può essere utile per sessioni di lavoro di massimo 45 minuti, ma non per sessioni di lavoro di ore. Quindi, usateli di tanto in tanto. Sono facili da trovare (e a costo zero) su YouTube o in varie applicazioni.
I battiti binaurali (binaural beats, in inglese) sono un ottimo strumento, supportato dalla scienza [2,3], per mettere il cervello in uno stato migliore per l’apprendimento. Come suggerisce il nome, i battiti binaurali consistono nella riproduzione di un suono (frequenza) in un orecchio e di una frequenza diversa nell’altro orecchio. Funzionano solo con le cuffie. È stato dimostrato che i battiti binaurali (circa 40 Hz) aumentano alcuni aspetti della cognizione, tra cui la creatività, e possono ridurre l’ansia.

Suggerimento #5 – La stanza giusta

Esiste un effetto interessante dell’ottimizzazione dello spazio di lavoro, chiamato “effetto cattedrale”, secondo il quale il pensiero diventa “più piccolo”, cioè più concentrato sull’elaborazione analitica, quando ci troviamo in campi visivi ridotti [4]. È vero anche il contrario; lavorare in spazi con soffitti alti stimola pensieri astratti e creatività, mentre lavorare in spazi con soffitti bassi favorisce il lavoro dettagliato e analitico. In sostanza, sarebbe bene scegliere il luogo di lavoro (inteso come stanza) considerando anche la tipologia di attività che dobbiamo svolgere.

Conclusioni

Quelli descritti sono solo dei suggerimenti che possono andare bene per molte persone, ma non per tutte, naturalmente. Ogni persona è diversa e ha bisogno di spazi, tempi e modalità di lavoro diverse. Ma tentar non nuoce! Mettendo in pratica questi semplici tips, potremmo scoprire che alcuni di questi suggerimenti, magari non tutti, fanno al caso nostro e ci aiutano a migliorare la nostra produttività.

Riferimenti scientifici

[1] https://www.mdpi.com/1660-4601/18/21/11604

[2] https://link.springer.com/article/10.1007/s00221-021-06155-z

[3] https://www.nature.com/articles/s41598-020-63980-y

[4] https://assets.csom.umn.edu/assets/71190.pdf

Neocogita è distributore ufficiale, in esclusiva per l’Italia, di una tecnologia innovativa chiamata Transdermal Optical Imaging (TOI™), la quale permette di ottenere in soli 30 secondi un resoconto della propria salute fisica e mentale. La tecnologia funziona su qualsiasi smartphone o tablet dotato di una normale fotocamera RGB. È sufficiente posizionare il proprio telefono davanti a sé, cercare delle condizioni di luminosità favorevoli, e avviare la scansione facciale.
I dati raccolti sul flusso sanguigno facciale vengono inviati ad un motore in cloud che utilizza degli algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning per analizzarli.

I risultati

Dopo pochi secondi, sarà possibile visualizzare sullo schermo del dispositivo una serie di parametri vitali, come ad esempio:

Tra tutti i parametri vitali rilevati, vi è una nuova sezione dedicata ai BIOMARCATORI DEL SANGUE, che comprende i seguenti indici di rischio: 

Emoglobina glicata

L’emoglobina glicata (HbA1c) è un parametro che misura la concentrazione di un particolare tipo di emoglobina nel sangue. I valori di HbA1c rispecchiano le concentrazioni medie di glucosio nel sangue negli ultimi 2-3 mesi. L’analisi di questo parametro permette di capire se la glicemia ha superato i livelli di guardia nelle persone diabetiche o nelle persone a rischio di diventarlo.
La figura sotto riporta sulla sinistra i valori di emoglobina glicata tradizionalmente utilizzati in ambito medico per distinguere una persona sana da una persona pre-diabetica o diabetica.
Sulla destra, invece, viene riportato un valore esempio ottenuto attraverso la tecnologia TOI™. Il punteggio percentuale che si ottiene indica qual è il rischio che il livello di HbA1C (emoglobina glicata) sia > 5.7 %.
Se otteniamo un punteggio pari a 64%, ad esempio, significa che esiste il 64% di probabilità che la nostra emoglobina glicata sia superiore al 5.7%, e quindi superi il valore soglia che distingue una persona sana da una persona pre-diabetica.

Glicemia a digiuno

La glicemia a digiuno è un parametro che misura il livello di glucosio nel sangue, rilevato a digiuno da almeno otto ore. Quando i livelli di glucosio risultano elevati, condizione nota come iperglicemia, si corre il rischio di sviluppare patologie importanti, tra cui il diabete.
La figura sotto riporta a sinistra i valori di glicemia a digiuno tradizionalmente utilizzati in ambito medico per distinguere una persona sana da una persona pre-diabetica o diabetica.
Sulla destra, invece, viene riportato un valore esempio ottenuto attraverso la tecnologia TOI™. Il punteggio percentuale che si ottiene indica qual è il rischio che il livello di glicemia a digiuno sia > 5.5 mmol/l.
Se otteniamo un punteggio pari a 78%, ad esempio, significa che esiste il 78% di probabilità che la nostra glicemia a digiuno sia superiore a 5.5 mmol/l, e quindi superi il valore soglia che distingue una persona sana da una persona pre-diabetica.

 

 

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Il benessere mentale è uno dei fattori determinanti della salute fisica e della longevità, ovvero l’aspettativa di vita che tutti vorrebbero poter allungare. Studi recenti dimostrano che lo stress e il malessere psicologico non fanno altro che aumentare l’intensità e la velocità dei processi di invecchiamento fisiologico [1,2].

Carol Ryff, psicologa e ricercatrice americana, ha iniziato a studiare il tema del benessere già negli anni ’80 [3]. Essa definisce il benessere mentale come un processo multidimensionale, che comprende sei dimensioni:

 

 

Ogni dimensione viene valutata attraverso dei questionari auto-riferiti e i risultati vengono poi utilizzati per definire quali sono le aree in cui abbiamo maggiore difficoltà e cosa possiamo fare per migliorare. Ogni dimensione richiede un lavoro specifico di consapevolezza e di miglioramento per potersi sentire pienamente appagati e per poter godere del vero benessere.

Accettazione di sé

Una persona che ottiene un punteggio elevato nell’accettazione di sé è in grado di riconoscere i propri difetti e di utilizzare i propri punti di forza per ottenere un corretto bilanciamento tra i due. Accetta i cambiamenti e gestisce bene le proprie emozioni e azioni.

Il cambiamento verso l’accettazione di sé è un processo lento e impegnativo. Concentrandosi sulle cose su cui si ha il controllo, una persona può lasciare andare l’ansia per le aspettative, le percezioni e gli standard malsani che non può soddisfare.

Crescita personale

Un punteggio elevato nella crescita personale dimostra che una persona è aperta a nuove esperienze ed è entusiasta di crescere e imparare. Si può avere paura di provare cose nuove, ma lo si fa comunque. Si è sempre alla ricerca di modi per sviluppare sé stessi e conoscere cose nuove e stimolanti. Un basso livello di crescita personale, invece, indica una mentalità chiusa ed esitante, accompagnata da pensieri negativi e paura, che possono impedire di uscire dalla propria zona di comfort.

Circondarsi di cose nuove da conoscere e di esperienze stimolanti aiuta ad affrontare i sentimenti negativi, rendendoli meno intimidatori.

Progetti di vita

Tutti hanno bisogno di uno scopo nella vita per realizzarsi. Una persona che ottiene un punteggio elevato per quanto riguarda il significato della vita sa cosa vuole ed è consapevole che le opportunità sono ovunque. È aperta e disposta a fallire per avere successo, è motivata a farsi strada da sola ed è entusiasta delle nuove sfide.

Una persona con un punteggio basso in questa dimensione può avere difficoltà a capire cosa vuole nella vita. Ciò influisce sulla carriera, sugli obiettivi di vita e sulla soddisfazione personale.

Un’attenta valutazione di ciò che si è bravi a fare, di ciò che si trova stimolante e delle capacità di cui si dispone aiuta a restringere il campo, e a trovare con più facilità il proprio scopo nella vita.

Padronanza dell’ambiente

Avere una buona padronanza dell’ambiente significa sapersi orientare nell’ambiente che ci circonda, conoscere le infrastrutture, le persone, le normative, e tutto ciò che serve per raggiungere i propri obiettivi.

Un punteggio basso nella padronanza dell’ambiente può essere rappresentato da difficoltà nell’accesso alle risorse circostanti, difficoltà nel sapere con chi parlare per ottenere ciò di cui si ha bisogno e ansia nell’interagire con l’ambiente. Questo può aumentare la sensazione di isolamento e l’ansia per il mondo circostante.

Imparare a conoscere la propria comunità, interagire regolarmente e sapere dove cercare per trovare ciò di cui si ha bisogno sono ottimi modi per migliorare la propria padronanza dell’ambiente. Il volontariato può essere un’ottima soluzione per inserirsi nell’ambiente e favorire la crescita personale, con l’ulteriore vantaggio di migliorare le relazioni interpersonali.

Autonomia di pensiero e di azione

Autonomia significa sicurezza e indipendenza nel prendere decisioni e nell’intraprendere azioni. Una persona con un’elevata autonomia non ha bisogno delle opinioni degli altri per risolvere i problemi. È ben consapevole dei propri valori e delle proprie opinioni ed ha un alto livello di indipendenza e di responsabilità.

Una persona che ottiene un basso punteggio in questa dimensione, fatica a prendere decisioni sicure; può pentirsi delle proprie scelte e incolpare gli altri per i propri errori nella risoluzione dei problemi.

Si può costruire l’autonomia approfondendo chi si è, cosa si vuole e fissando obiettivi realistici. Mano a mano che si raggiungono gli obiettivi cresce la fiducia in sé stessi e si è in grado di prendere decisioni in modo indipendente, senza rimpianti né colpevolizzazioni.

Relazioni positive con gli altri

Chi ottiene un punteggio elevato nelle relazioni positive, è una persona su cui gli altri sanno di poter contare. Ha relazioni sane e reciproche e si sente appagato nella propria vita sociale. La comunicazione e la connessione giocano un ruolo importante in questo senso, ed è quindi fondamentale saper comunicare in modo sano.
Per migliorare le relazioni interpersonali, è bene valutare se il dispendio di energia impiegato in tali relazioni è bilanciato. Se una persona da più di quanto riceve, può instaurarsi una dinamica relazionale unilaterale. Allo stesso modo, se una persona aspetta sempre che gli altri la contattino, dovrà cambiare le proprie strategie di comunicazione e di connessione per costruire relazioni più sane.

Conclusioni

Ognuna delle sei dimensioni descritte è importante per il benessere e la longevità. Concentrarsi sul miglioramento delle dimensioni più critiche può fare un’enorme differenza nel modo in cui ci si sente quando ci si ferma a guardare sé stessi e la propria vita. Avere punteggi elevati in tutte le dimensioni significa sentirsi bene nel mondo avere ben chiaro dove si sta andando.

Se vuoi conoscere le innovative (neuro)tecnologie di valutazione e i percorsi di intervento che Neocogita offre per il benessere (fisico, mentale e cognitivo) contattaci e ti forniremo tutte le informazioni necessarie!

 

[1] Accelerating research on biological aging and mental health: Current challenges and future directions, Han et al, 2019
[2] High social status males experience accelerated epigenetic aging in wild baboons, Anderson et al, 2021
[4] Happiness is everything, or is it? Explorations on the meaning of psychological well-being, Carol Ryff, 1989

Chiunque possieda un sensore indossabile per il monitoraggio del livello di fitness avrà sicuramente familiarità con il numero 10.000, ovvero i passi giornalieri consigliati per mantenere un buon livello di salute.

Il  monitoraggio dei passi

Il monitoraggio dei passi è un modo estremamente efficace per assicurarsi di fare abbastanza movimento fisico ogni giorno. Si può fare attività fisica regolarmente e non vedere mai la bilancia muoversi, ma quando si tiene traccia dei passi, ci si può rendere immediatamente conto di avere una media di soli 3.000 passi al giorno, ad esempio. Questa informazione ci dice che dobbiamo muoverci di più e ci permette di fissare obiettivi più mirati per noi stessi.

Stare seduti per più di 8 ore al giorno aumenta il rischio di diabete di tipo 2 del 90%. È importante spezzare la seduta prolungata con pause di movimento. I sensori indossabili sono dei validi alleati per ricordarci di muoverci e ci permettono di monitorare quanto ci muoviamo.

Un gruppo di ricercatori e investigatori del National Institutes of Health (USA) ha studiato l’associazione tra il conteggio dei passi, il rischio di morte e l’intensità dei passi in un’ampia fascia della popolazione statunitense. Hanno utilizzato i dati sull’attività fisica delle persone di 40 anni o più che hanno indossato un accelerometro – un dispositivo che misura il numero di passi e la cadenza (passi al minuto) durante le ore di veglia – per un minimo di 7 giorni tra il 2003 e il 2006.

Sono state poi raccolte informazioni sulla mortalità nel 2015, in particolare per cancro e malattie cardiache, per verificare se l’intensità dei passi, misurata dalla cadenza, fosse associata a una migliore salute.

I risultati

Dei 1.165 decessi avvenuti durante gli anni dello studio, 406 si sono verificati per malattie cardiovascolari e 283 per cancro. I numeri hanno mostrato che un numero maggiore di passi era associato a tassi di mortalità più bassi; questi benefici erano coerenti tra i gruppi per sesso, età ed etnia. I risultati sono anche in linea con le attuali linee guida che raccomandano agli adulti di muoversi di più e di stare meno seduti durante la giornata.

Tuttavia, il conteggio dei passi più elevato può includere anche persone che, all’inizio, erano in condizioni di salute migliori, influenzando potenzialmente i risultati. Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Medicine and Science in Sports and Exercise, camminare troppo poco può anche causare resistenza all’esercizio, il che significa che non si bruciano i grassi in modo efficace.

La ricerca ha stabilito che le persone che facevano meno di 5.000 passi al giorno sperimentavano la resistenza all’esercizio, mentre le persone che eseguivano almeno 8.500 passi al giorno non la sperimentavano, il che significa che fare almeno 8.500 passi al giorno è protettivo per la salute. La resistenza all’esercizio ha un impatto negativo sui livelli di trigliceridi, che possono influenzare negativamente la salute del cuore a lungo termine.

Quali sono i vantaggi del conteggio dei passi?

  1. Permette di superare un plateau del livello di fitness. Il modo per superare un plateau di perdita di peso con la camminata o per raggiungere un nuovo obiettivo di passi è quello di apportare modifiche alla routine, cosa che si può fare solo osservando le tendenze per un certo periodo di tempo.
  2. Responsabilizza. Rimanere in linea con gli obiettivi di fitness è molto più facile quando c’è un senso di responsabilità. Il semplice monitoraggio dei passi può far sentire la necessità di muoversi ogni giorno.
  3. Ricorda i progressi. Ci saranno momenti nel nostro percorso di fitness in cui ci giudicheremo per non aver raggiunto gli obiettivi stabiliti nei tempi previsti. Tenere un registro dei nostri passi quotidiani ci aiuta ad apprezzare i progressi e a capire quanta strada abbiamo fatto.
  4. Aiuta a tenere traccia di altri obiettivi di salute associati. È dimostrato che camminare influisce positivamente sulla forma fisica generale, sull’umore, sulla gestione del peso, sull’indice di massa corporea e sulla circonferenza vita. Inoltre, aiuta a mantenere e migliorare la qualità del sonno, poiché essere attivi durante il giorno aiuta a dormire meglio la notte.

Conclusioni

Camminare è senza dubbio uno dei modi migliori per mantenere elevati i livelli di forma fisica e lo stato di salute. Tuttavia, inserire una camminata in uno stile di vita impegnato è difficile. Esistono diversi modi per aumentare il numero quotidiano di passi, come ad esempio camminare tra una commissione e l’altra, camminare durante gli spostamenti, allungare leggermente il percorso mentre si fanno le commissioni, e così via. Tutto il movimento che possiamo fare, in ogni sua forma, ci aiuta a stare meglio.

È qui che entrano in gioco i sensori per il monitoraggio dell’attività fisica.

Neocogita offre da sempre alle aziende la possibilità di sensibilizzare i dipendenti sull’importanza di un corretto stile di vita attraverso seminari formativi e l’utilizzo di specifici sensori che misurano la sedentarietà e i livelli di attività fisica, unitamente alla possibilità di parlare direttamente con un biofeedback specialist per ottenere consigli e obiettivi personalizzati.

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La caffeina

La caffeina è uno stimolante naturale del sistema nervoso centrale appartenente alla classe delle metilxantine. In piccole dosi, è nota per aumentare la vigilanza. Nella sua forma più pura, la caffeina è una polvere bianca amara. La caffeina è stata estratta e isolata per la prima volta dal caffè nel 1819. Si trova anche nel tè e nei baccelli di cacao.

Oggi la caffeina è la droga psicoattiva più consumata al mondo. Secondo uno studio, ben l’80% della popolazione mondiale consuma quotidianamente un prodotto a base di caffeina. Si può quindi immaginare come il caffè sia diventato una parte indelebile della nostra vita quotidiana, alla quale è molto difficile rinunciare.

Gli effetti

Vediamo come la caffeina influisce sull’organismo e, in particolare, sulla glicemia.

Uno degli effetti della caffeina è quello di ridurre la sensibilità all’insulina. Quando la sensibilità all’insulina si riduce, si instaura l’insulino-resistenza. Ciò significa che le cellule non reagiscono all’ormone come un tempo, non assorbono la stessa quantità di zucchero dal sangue dopo aver mangiato o bevuto. Questo fa sì che il corpo produca più insulina del necessario, e che i livelli siano più alti dopo i pasti.

La caffeina aumenta i livelli di alcuni ormoni dello stress, come l’epinefrina (o adrenalina). L’epinefrina può impedire alle cellule di elaborare una quantità elevata di zuccheri e può impedire all’organismo di produrre altrettanta insulina.

La caffeina blocca anche l’adenosina, che svolge un ruolo importante nella produzione di insulina da parte dell’organismo. Controlla anche il modo in cui le cellule rispondono ad essa.

Attenzione alle dosi

Anche se gli effetti della caffeina sono specifici per ogni individuo, uno studio ha rilevato che bere più di 3 tazze di caffè al giorno può portare a ipoglicemia e iperglicemia. L’ipoglicemia è la carenza di glucosio nel sangue, mentre l’iperglicemia si verifica quando i livelli di zucchero nel sangue sono troppo alti. La caffeina è stata anche collegata a effetti negativi come tachicardia, disturbi del sonno e ansia.

Per la maggior parte dei giovani adulti sani, la caffeina non sembra influire in modo significativo sui livelli di zucchero (glucosio) nel sangue e un consumo fino a 400 milligrammi al giorno sembra essere sicuro.

Anche il momento in cui si assume la caffeina è importante, perché può disturbare il sonno. Sebbene la caffeina rimanga nell’organismo per un periodo di tempo diverso a seconda dell’individuo, in genere si consiglia di consumarla entro il primo pomeriggio.

Conclusioni

In sintesi, gli effetti della caffeina sono specifici per ogni individuo. Alcuni dei maggiori benefici della caffeina leggera o moderata sono legati al miglioramento della produttività e all’aumento della vigilanza. La caffeina è stata anche associata a effetti negativi come accelerazione della frequenza cardiaca, disturbi del sonno e ansia. Riduce la sensibilità all’insulina e porta all’insulino-resistenza.

Monitorare il livello di glicemia a digiuno

Neocogita offre la possibilità di stimare il livello di glicemia a digiuno in modo semplice, rapido e affidabile, utilizzando semplicemente uno smartphone.
La tecnologia brevettata Transdermal Optical Imaging – TOI™, consente infatti di estrarre il flusso sanguigno facciale attraverso una scansione del volto della durata di 30 secondi.
I parametri di rischio metabolico e glicemico sono espressi in percentuale su scala 0-100, dove più ci si avvicina al 100%, più sale il rischio di soffrire di un certo disturbo.

Contattaci per ottenere maggiori informazioni sulla tecnologia TOI™ e sulle possibilità di implementazione in servizi di terze parti.

Disclaimer: il contenuto di questo articolo è solo a scopo informativo ed educativo. Non fornisce alcun consiglio medico né intende sostituire un parere medico professionale sul trattamento, la diagnosi, la prevenzione o l’alleviamento di qualsiasi malattia, disturbo o disabilità. Consultare sempre il proprio medico o un professionista sanitario qualificato in merito alle proprie condizioni di salute e/o alle proprie preoccupazioni prima di intraprendere un nuovo regime di cura, compresi i cambiamenti nella dieta o nello stile di vita.

 

La menopausa

La menopausa è un momento fisiologico della vita della donna che coincide con il termine della sua fertilità. In genere si verifica tra i 45 e i 55 anni di età, ma non sono rare menopause precoci e tardive. È un periodo che porta con sé dei disturbi sia a livello fisico (sudorazione elevata, vampate di calore) che a livello mentale e cognitivo. La sensazione di “nebbia cerebrale” è infatti uno dei sintomi più comuni della menopausa, che molte donne lamentano.

 

Cosa succede nel cervello durante la menopausa?

Secondo il Centro Tedesco Malattie Neurodegenerative (DZNE) di Bonn, in Germania, aumentano i cambiamenti cerebrali misurati da un biomarcatore noto come “iperintensità della materia bianca – WMHs”. Le WMHs sono piccole lesioni che aumentano con l’età e l’ipertensione arteriosa non controllata e sono state associate a un aumento del rischio di ictus, malattia di Alzheimer e declino cognitivo.

Lo studio

Lo studio, pubblicato sulla rivista Neurology, ha coinvolto 3.410 persone con età media di 54 anni, (tra cui 806 donne in premenopausa e 1.167 in post-menopausa). Inoltre, il 35% di tutti i partecipanti aveva la pressione alta e di questi, la metà aveva una pressione arteriosa incontrollata. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica, e dalle scansioni è stata calcolata la quantità di WMHs per ciascun partecipante.

I risultati

I ricercatori hanno dimostrato che prima della menopausa, donne e uomini di età simile non differivano in termini di WMHs. Ma il carico di queste iperintensità era più alto e accelerava più rapidamente nelle donne in post-menopausa rispetto agli uomini della stessa età. Hanno anche scoperto che le donne in post-menopausa avevano più WMHs rispetto alle donne in premenopausa di età simile. Non correlato allo stato della menopausa, le donne con ipertensione incontrollata avevano quantità più elevate di questo biomarcatore cerebrale rispetto agli uomini.

Considerazioni

“È noto che l’ipertensione, che colpisce i piccoli vasi sanguigni nel cervello, può portare ad un aumento delle WMHs”, ha affermato l’autrice dello studio Monique Breteler. “I risultati del nostro studio non solo mostrano che sono necessarie ulteriori ricerche per studiare come la menopausa influisca sulla salute vascolare del cervello, ma parlano anche della necessità di considerare diverse traiettorie di salute per uomini e donne, e status di menopausa. La nostra ricerca sottolinea l’importanza della medicina specifica per sesso e di una terapia più attenta per le donne di età avanzata, in particolare quelle con fattori di rischio vascolare”.

Conclusioni

La menopausa segna la fine dell’età fertile, ma non di certo la fine dell’attività lavorativa. Poiché la ricerca ci dà evidenza delle diverse problematiche associate all’invecchiamento maschile e femminile, le aziende che hanno a cuore il benessere di ogni singolo dipendente dovrebbero muoversi in questa direzione. Rispettare i cambiamenti di ognuno, attuando dei percorsi di prevenzione specifici per età, sesso e condizione fisiologica, potrebbe essere una carta vincente per preservare il benessere personale e, di conseguenza, la produttività aziendale.

Sebbene ci siano dei cambiamenti a livello cerebrale che è difficile (o impossibile) contrastare, ci sono molti aspetti legati al declino cognitivo che possono essere prevenuti tramite specifici esercizi cognitivi. Se vuoi conoscere il percorso di Training Cognitivo che Neocogita mette a disposizione delle aziende, contattaci e ti forniremo tutte le informazioni necessarie!

Le linee guida sull’attività fisica raccomandano di praticare almeno 150 minuti alla settimana di attività aerobica di intensità moderata o almeno 75 minuti alla settimana di attività aerobica di intensità vigorosa.

Spesso si suggerisce di distribuire l’attività su più giorni, ma ovviamente per molti di noi è difficile da realizzare e la mancanza di tempo è uno degli ostacoli più comunemente citati all’esercizio fisico. Di conseguenza, un numero significativo di persone comprime tutto l’esercizio fisico in uno o due giorni, di solito consecutivi, dando origine al termine “guerriero del weekend”. Ci si chiede quindi se questa sia una valida alternativa a sessioni di allenamento regolari distribuite in modo più uniforme nell’arco di un’intera settimana.

 

 

Tre studi ci aiutano a rispondere a questa domanda.

Studio #1

Uno studio pubblicato sulla rivista Medicine & Science in Sports & Exercise ha rivelato che i guerrieri del weekend hanno riduzioni del tasso di mortalità simili a quelle di coloro che fanno esercizio fisico più frequentemente, quando entrambi i gruppi svolgono la stessa quantità totale di attività fisica moderata-vigorosa. I ricercatori hanno analizzato i dati di 3.438 partecipanti di età pari o superiore a 40 anni, che indossavano accelerometri per valutare oggettivamente l’attività fisica. I guerrieri del weekend e coloro che erano attivi più frequentemente hanno registrato miglioramenti simili nella mortalità.

Studio #2

Una ricerca pubblicata da JAMA Internal Medicine ha dimostrato che soddisfare i livelli raccomandati di attività fisica settimanale in 1-2 sessioni comporta una riduzione simile della mortalità, ma è necessario che l’attività fisica sia più intensa. I ricercatori hanno analizzato i dati di 63.591 persone, con collegamento ai registri di mortalità. Hanno suddiviso l’attività fisica nel tempo libero in quattro gruppi:

  1. Inattivi (che non svolgono attività di intensità moderata o vigorosa),
  2. Insufficientemente attivi (che svolgono attività di intensità moderata per <150 min/settimana e attività di intensità vigorosa per <75 min/settimana),
  3. Guerrieri del weekend (che riferiscono ≥150 min/settimana in attività a intensità moderata o ≥75 min/settimana in attività a intensità vigorosa da 1 o 2 sessioni)
  4. Regolarmente attivi (che riferiscono ≥150 min/settimana in attività a intensità moderata o ≥75 min/settimana in attività a intensità vigorosa da ≥3 sessioni).

Rispetto al gruppo di inattivi, il rischio di mortalità per tutte le cause era inferiore del 30% nei guerrieri del weekend e del 35% nei regolarmente attivi. La mortalità cardiovascolare è risultata inferiore del 41% sia nei guerrieri del weekend che nei regolarmente attivi. Il punto chiave è che se si cerca di comprimere tutto l’esercizio fisico in 1-2 sessioni, questo dovrà essere piuttosto intenso per ottenere benefici ottimali.

Studio #3

Un terzo studio pubblicato su American Journal of Epidemiology ha rilevato che per i soggetti con fattori di rischio importanti, un’attività fisica regolare più frequente può conferire maggiori benefici. I ricercatori hanno analizzato dati dettagliati sui modelli di attività fisica in una coorte continua di uomini anziani laureati all’Università di Harvard (n=8.421). Gli uomini sono stati classificati in gruppi in base alla quantità di energia spesa settimanalmente in attività fisica. La categoria più alta di dispendio energetico, ≥1.000 calorie a settimana, è stata suddivisa in due gruppi:

Nel periodo di follow-up, gli uomini regolarmente attivi avevano un rischio di morte inferiore del 36% rispetto ai partecipanti inattivi. I guerrieri del weekend, invece, avevano un rischio di morte inferiore solo del 15% rispetto al gruppo dei sedentari. I ricercatori hanno deciso di scavare un po’ più a fondo e hanno analizzato l’associazione tra esercizio fisico e tassi di mortalità separatamente tra uomini a basso rischio e ad alto rischio.

Gli uomini ad alto rischio presentavano almeno un fattore di rischio: fumo, sovrappeso, ipertensione o ipercolesterolemia. Tra gli uomini a basso rischio, i guerrieri del weekend hanno mostrato riduzioni della mortalità simili a quelle dei soggetti regolarmente attivi. Ma i guerrieri del weekend nel gruppo ad alto rischio non hanno mostrato questo beneficio. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che alcuni degli effetti benefici dell’attività fisica, soprattutto sui marcatori cardio-metabolici, hanno una durata relativamente breve e devono essere “rinnovati” frequentemente. Per esempio, l’esercizio fisico produce riduzioni acute dei trigliceridi, della pressione arteriosa e della sensibilità all’insulina che possono scomparire nel giro di un giorno o addirittura di ore.

Conclusioni

Gli studi evidenziano molto chiaramente che l’attività fisica ha un impatto estremamente significativo sulla riduzione della mortalità per malattie cardiovascolari. La cosa migliore sarebbe svolgere attività fisica quotidianamente, o quasi, anziché solo nel fine settimana. Questa regola vale per tutti, ma soprattutto per le persone che presentano almeno un fattore di rischio.

Neocogita offre da sempre alle aziende la possibilità di sensibilizzare i dipendenti sull’importanza di un corretto stile di vita attraverso seminari formativi e l’utilizzo di specifici sensori che misurano la sedentarietà e i livelli di attività fisica, unitamente alla possibilità di parlare direttamente con un biofeedback specialist per ottenere consigli e obiettivi personalizzati.

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La sedentarietà

Quando si parla di sedentarietà si fa riferimento ad uno stile di vita caratterizzato da un insieme di abitudini scorrette, in cui sono scarsamente presenti o del tutto assenti il movimento e una sana attività fisica (non necessariamente sportiva).

Detto in altri termini, la sedentarietà si verifica quando il corpo passa la maggior parte del tempo seduto o sdraiato, e quindi in posizione passiva e inattiva.

Le cause

Le cause dell’eccessiva sedentarietà sono da ricondurre principalmente al lavoro d’ufficio che moltissime persone svolgono, ulteriormente aggravata dal progressivo affermarsi del lavoro da remoto, che ci evita di fare anche quel poco movimento in precedenza richiesto per arrivare in ufficio. L’utilizzo eccessivo dell’auto per compiere qualsiasi minimo spostamento, non fa altro che aggravare i livelli di sedentarietà, che nei Paesi Occidentali mostrano dati non proprio incoraggianti.

Indipendentemente dal motivo che ci spinge ad adottare uno stile di vita sedentario, dobbiamo tenere presente che lo scarso esercizio fisico indebolisce la muscolatura e la struttura ossea, sovraccarica la schiena, riduce l’ossigenazione dei tessuti e degli organi e crea, tra gli altri, problemi attentivi e di riduzione della concentrazione.

Come rilevato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), una vita sedentaria aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e di diabete, incoraggia problemi di sovrappeso e obesità, e può causare ipertensione, osteoporosi, disturbi del metabolismo e problematiche legate all’apparato digerente.

Le tecnologie disponibili

Esistono delle tecnologie sofisticate ma allo stesso tempo di facilissimo utilizzo che consentono di monitorare i livelli di sedentarietà di una persona, permettendo in questo modo l’adozione di protocolli adeguati e la misurazione/quantificazione dei miglioramenti ottenuti.

Neocogita utilizza un dispositivo per l’analisi professionale della sedentarietà e dell’attività fisica. Si tratta di un device di misura molto contenuta da tenere nella tasca dei pantaloni per 5 giorni consecutivi, durante i quali il sensore misura diversi parametri, tra cui il tempo trascorso seduti e quello trascorso in piedi. Fornisce inoltre dei punteggi di rischio e di benessere legati allo stile di vita che la persona conduce.

Al termine dei 5 giorni di misurazione, il sensore fornisce un report molto dettagliato circa le abitudini di vita della persona, evidenziando i punti di forza e quelli di debolezza. Il report viene letto da un esperto di biofeedback, che lo analizza e lo restituisce personalmente a ciascun utente, fornendo dei consigli personalizzati per migliorare il proprio stile di vita, limitando la sedentarietà e aumentando i momenti di attività fisica.

Principali vantaggi del sensore

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La meditazione Mindfulness

La meditazione Mindfulness è una forma di allenamento cognitivo per il sistema percettivo e attenzionale e, negli ultimi anni, è stata ampiamente studiata dalle neuroscienze per i suoi effetti positivi sulla capacità di dirigere e mantenere l’attenzione sul momento presente.

Lo scopo principale della Mindfulness è quello di aiutarci ad aumentare la nostra consapevolezza. Nella maggior parte della nostra quotidianità siamo poco mindful, poco presenti. Questo significa che tendiamo a lasciarci guidare da una sorta di pilota automatico, ovvero ad utilizzare degli schemi abituali e automatizzati che ci aiutano a fronteggiare la realtà.

Se da un lato questi schemi sono molto utili, perché ci consentono di affrontare situazioni abituali con velocità e automaticità (es. guidare la macchina, andare al lavoro ecc.), dall’altro lato questi schemi ci “costringono” a reagire automaticamente alle situazioni, invece di scegliere in maniera consapevole il modo in cui vogliamo comportarci.

Come funziona la Mindfulness? Cosa avviene durante tale pratica?

 

Essendo la pratica della Mindfulness estremamente legata ai processi attentivi, la sua evoluzione e la capacità delle persone di praticarla dovrebbe essere legata allo sviluppo delle abilità attentive nella specie. A tal proposito, alcuni studiosi si sono posti una domanda piuttosto insolita, ma molto interessante.

Un Neanderthal avrebbe potuto meditare?

Il Dott. Emiliano Bruner, paleoneurologo del Centro Nacional de Investigación sobre la Evolución Humana (CENIEH), ha condotto uno studio, recentemente pubblicato sulla rivista Intelligence, su come si è evoluta l’attenzione nel genere umano. In particolare, i ricercatori hanno voluto indagare se gli ominini estinti potessero essere in grado di praticare la selezione e il mantenimento degli stimoli mentali.

Questo lavoro propone cambiamenti evolutivi nell’attenzione associati all’origine del genere umano e nell’uomo di Neanderthal, anche se solo con l’Homo sapiens questa capacità cognitiva ha raggiunto una complessità che avrebbe profondamente rivoluzionato il comportamento, la complessità tecnologica e la struttura sociale della specie.

I risultati

A livello paleoneurologico, si valuta il ruolo svolto dall’evoluzione dei lobi parietali nell’attenzione, che può essere definita come la capacità di mantenere il processo cognitivo centrato su un obiettivo nel tempo e nello spazio a fronte di distrazioni interne ed esterne. A livello archeologico, lo studio valuta le informazioni sull’industria litica (oggetti in pietra) e sull’ecologia degli ominini estinti, considerando quei comportamenti che potrebbero suggerire cambiamenti evolutivi nella memoria di lavoro e nelle capacità visuo-spaziali.

I lobi parietali, che sono una parte fondamentale della rete attenzionale, sono coinvolti anche nella capacità di immaginazione visiva associata alla nostra particolare abilità di proiezione nel passato (ricordi) e nel futuro (previsione). Un disallineamento tra questa capacità di proiezione e la rete attenzionale può influenzare l’equilibrio tra la percezione del momento presente e le ruminazioni interne, che sono le cause principali dell’alta prevalenza di stress, ansia e depressione nelle società umane.

Nonostante l’importanza dell’attenzione in tutti i processi cognitivi, questa capacità non era mai stata esaminata da una prospettiva paleoantropologica in precedenza. In termini di anatomia, la documentazione paleoneurologica suggerisce che la corteccia parietale abbia subìto un relativo ingrandimento nei Neanderthal e, soprattutto, negli esseri umani moderni. Queste variazioni anatomiche corrispondono ai cambiamenti culturali associati alla complessità tecnologica e sociale. Le inferenze dell’archeologia cognitiva indicano che l’Homo sapiens è specializzato anche nella memoria di lavoro e nell’integrazione visuospaziale, rispetto ai taxa umani estinti. Queste caratteristiche sono probabilmente associate a cambiamenti nel sistema di attenzione e nei processi cognitivi che riguardano la metaconsapevolezza, il controllo cosciente del mind wandering, la resistenza ai distrattori e la gestione degli indizi emotivi.

Conclusioni

Per tornare alla domanda dell’articolo: Un Neanderthal avrebbe potuto meditare?
La risposta è: Forse si, ma con molta fatica.

Stando ai risultati dello studio, la capacità di concentrazione dei Neanderthal era buona, ma non quanto quella dell’Homo Sapiens. Dato che gli esseri umani sono la specie che ha effettivamente evoluto capacità cognitive di alto livello, tra cui l’attenzione, un Neanderthal forse avrebbe potrebbe meditare, ma con uno sforzo non indifferente. Tuttavia, il suo insegnante di Mindfulness avrebbe sicuramente dovuto essere un Homo sapiens!

La Mindfulness in azienda

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