Articolo di Sara Tatti

 

Il training cognitivo consiste in una serie di esercizi, solitamente sotto forma di giochi, appositamente studiati per potenziare determinate abilità cognitive quali l’attenzione, la memoria, la velocità di elaborazione delle informazioni, i tempi di reazione, l’acuità visiva e molte altre ancora.

È stato dimostrato che questa forma di allenamento mentale ha degli effetti benefici anche sulla qualità del sonno.

 

 

 

In passato, alcuni studi hanno mostrato che il training cognitivo prima di coricarsi ostacola il sonno perché aumenta l’eccitazione psicofisiologica. Hanno quindi ragione quelle persone che consigliano di non giocare con il telefonino prima di andare a dormire?
Non esattamente. Attenzione però, non stiamo parlando della velocità di addormentarsi, ma della qualità del risposo notturno.

 

 

 

 

In generale l’attività fisica e mentale durante la giornata ha un impatto sull’attivazione di quella cerebrale che a sua volta influenza positivamente il sonno. Lo stesso vantaggio si ottiene svolgendo il training cognitivo la sera, perché fa sì che il nostro cervello durante la notte consolidi le informazioni appena acquisite.

E questo è stato dimostrato da diverse ricerche che hanno indagato il ruolo del sonno nei processi di apprendimento.

  • Uno studio [1] effettuato sugli anziani con insonnia ha mostrato un miglioramento nell’inizio e nel mantenimento del sonno notturno grazie all’allenamento cognitivo computerizzato;
  • Un altro studio [2] effettuato con dei compiti procedurali e dichiarativi ha riportato una riduzione della frequenza di risvegli;
  • Un altro ancora [3] svolto sempre con compiti dichiarativi ha conseguito miglioramenti nella stabilità e nell’organizzazione del sonno.

Il problema di tutte queste analisi è la validità ecologica. In base ad essi, infatti, non ci è dato sapere se il training cognitivo svolto con il cellulare prima di addormentarsi fa dormire meglio o impedisce il sonno, perché è possibile che i risultati ottenuti in laboratorio in questi studi non siano riscontrabili anche nella vita quotidiana.

Lo studio più ecologico

Una ricerca [4] condotta in Italia negli ultimi anni ci fornisce, tuttavia, una risposta realizzando un disegno sperimentale basato sulla realtà. Analizza, infatti, il sonno di 20 partecipanti tra i 18 e 45 anni che prima di addormentarsi giocano con un iPad a una versione modificata di Ruzzle che coinvolge diverse abilità cognitive. Confronta poi questa condizione con altre due: una di base in cui i soggetti dormono senza aver svolto alcun training cognitivo e una di sonno di controllo post-attivo in cui devono toccare delle palline sul tablet quando queste cambiano colore.

I risultati

I risultati mostrano che in entrambe le situazioni nelle quali viene svolto un training cognitivo vi è un miglioramento nella continuità, nella stabilità e nell’organizzazione del sonno rispetto alla condizione di base. Ciò vuol dire che i soggetti dormono più a lungo, e il numero totale di risvegli è inferiore; passano meno volte da un sonno profondo ad uno meno profondo e si verificano più cicli di riposo completi. Questo diventa ancora più evidente quando il compito cognitivo è complesso.

In conclusione, possiamo dire che l’allenamento cognitivo prima di dormire migliora la qualità del sonno.

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Bibliografia:

  1. Haimov, I., & Shatil, E. (2013). Cognitive training improves sleep quality and cognitive function among older adults with insomnia. PloS one, 8(4).
  2. Fang, Z., Sergeeva, V., Ray, L. B., Viczko, J., Owen, A. M., & Fogel, S. M. (2017). Sleep spindles and intellectual ability: epiphenomenon or directly related?. Journal of Cognitive Neuroscience, 29(1), 167-182.
  3. Conte, F., Carobbi, G., Errico, B. M., & Ficca, G. (2012). The effects of pre-sleep learning on sleep continuity, stability, and organization in elderly individuals. Frontiers in neurology, 3, 109.
  4. Cerasuolo, M., Conte, F., Cellini, N., Fusco, G., Giganti, F., Malloggi, S., & Ficca, G. (2020). The effect of complex cognitive training on subsequent night sleep. Journal of sleep research, 29(6).