Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno costretto molte persone ad adottare una modalità di lavoro da remoto, il cosiddetto smart working.

Ma sarà davvero così smart?

 

 

 

 

 

La nuova modalità operativa è stata per molti di noi una condanna e per altri una rivelazione. C’è chi ha trovato nello smart working la possibilità tanto attesa di riuscire a gestire efficacemente casa, lavoro e famiglia e c’è chi, al contrario, fa molta fatica a dettarsi dei limiti e finisce per lavorare più di prima (in termini di ore) ma con un rendimento inferiore.
Un recente studio [1] pubblicato sulla rivista “Cyberpsychology, Behavior and Social Networking” ha cercato di scoprire che cosa avviene nel nostro cervello durante lo smart working. Gli autori si avvalgono delle più recenti scoperte neuroscientifiche per capire come il lavoro da remoto influenzi alcune componenti molto importanti nella vita professionale di ognuno di noi.

1. Senso dello spazio

È stato dimostrato che il nostro cervello contiene un particolare gruppo di neuroni (i neuroni GPS [2]) che ci aiuta a identificare le nostre coordinate spaziali e che contribuisce alla creazione di ricordi legati a uno specifico luogo fisico. Questa memoria autobiografica è cruciale per lo sviluppo della nostra identità personale, che è unica e ci differenzia dagli altri individui. In altre parole, lo sviluppo del sé è strettamente ancorato alla nostra relazione con gli spazi. Infatti, decidiamo chi siamo attraverso la memoria delle persone e degli eventi che sono accaduti all’interno dei luoghi che frequentiamo maggiormente. Gli spazi virtuali (es. Zoom, Meet, Teams) che da diversi mesi a questa parte siamo costretti ad utilizzare, non sono spazi fisici, e quindi non attivano la nostra memoria autobiografica. Quello che sperimentiamo è un sentimento di “placelessness” (che tradotto significa “senza un luogo”), il quale mina la nostra identità professionale. A casa nostra, infatti, non siamo solo lavoratori, ma siamo anche genitori, figli, parenti.

2. Leadership e tutoraggio

La seconda cosa che ci viene in mente quando parliamo di lavoro è la particolare relazione che si instaura con il nostro datore di lavoro/supervisore. Ci aiuta ad organizzare e a controllare il nostro lavoro definendo scadenze, priorità e obiettivi. Il nostro cervello contiene una particolare tipologia di neuroni (detti neuroni mirror o neuroni specchio [3,4]) che si attiva sia quando siamo noi stessi ad eseguire un’azione, sia quando vediamo la stessa azione eseguita da un’altra persona. Il nostro cervello sembra quindi essere in grado di imitare, e questo processo è critico per chi sta al comando, poiché le sue emozioni e azioni innescano nei lavoratori un processo imitativo. Durante le videoconferenze, solo il volto è visibile. Questo implica la perdita di moltissime informazioni non verbali espresse con il corpo. L’uso di sistemi per videoconferenze, quindi, interrompe il processo di sintonizzazione intenzionale che si fonda sull’analisi della gestualità del corpo da parte dei neuroni specchio, e rende più difficile l’imitazione di comportamenti virtuosi.

3. Identità di gruppo, performance collettiva e creatività

La terza cosa che ci viene in mente quando pensiamo al lavoro è il gruppo. Esiste un processo cerebrale coinvolto nell’interconnessione tra persone: le oscillazioni neurali [5,6]. Sono dei pattern ritmici di attività neurale che facilitano l’attività coordinata del cervello. Alcuni studi hanno dimostrato che le oscillazioni neurali sono influenzate dalle dinamiche sociali, e sembra addirittura possibile predire la propensione all’interazione di gruppo osservando le oscillazioni neurali delle persone. Tra i fattori che influenzano maggiormente le oscillazioni neurali vi è l’attenzione condivisa, ovvero l’esperienza di due o più individui che stanno prestando attenzione alla stessa cosa nello stesso momento. Tuttavia, questa attenzione condivisa, che solitamente promuove l’impegno e la creatività, richiede un forte contatto oculare che talvolta viene meno durante i meeting online.

Sembra quindi che alcune importantissime componenti legate al lavoro, come la creatività, la produttività e la capacità di lavorare in gruppo, possano venire meno in seguito all’utilizzo prolungato di sistemi di videoconferenza.

 

Referenze

  1. Riva, G., Wiederhold, B. K., & Mantovani, F. (2021). Surviving COVID-19: The Neuroscience of Smart Working and Distance Learning. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking24 (2), 79-85.
  2. Moser, M. B., Rowland, D. C., & Moser, E. I. (2015). Place cells, grid cells, and memory. Cold Spring Harbor perspectives in biology7 (2), a021808.
  3. Kaplan, J. T., & Iacoboni, M. (2006). Getting a grip on other minds: Mirror neurons, intention understanding, and cognitive empathy. Social neuroscience1(3-4), 175-183.
  4. Iacoboni, M. (2009). Imitation, empathy, and mirror neurons. Annual review of psychology60, 653-670.
  5. Goleman, D., & Boyatzis, R. (2008). Social intelligence and the biology of leadership. Harvard business review86(9), 74-81.
  6. Kiran, C. S., & Tripathi, P. (2018). Leadership Development Through Change Management: A Neuroscience Perspective. NHRD Network Journal11(4), 42-48.