La meditazione Mindfulness

La meditazione Mindfulness è una forma di allenamento cognitivo per il sistema percettivo e attenzionale e, negli ultimi anni, è stata ampiamente studiata dalle neuroscienze per i suoi effetti positivi sulla capacità di dirigere e mantenere l’attenzione sul momento presente.

Lo scopo principale della Mindfulness è quello di aiutarci ad aumentare la nostra consapevolezza. Nella maggior parte della nostra quotidianità siamo poco mindful, poco presenti. Questo significa che tendiamo a lasciarci guidare da una sorta di pilota automatico, ovvero ad utilizzare degli schemi abituali e automatizzati che ci aiutano a fronteggiare la realtà.

Se da un lato questi schemi sono molto utili, perché ci consentono di affrontare situazioni abituali con velocità e automaticità (es. guidare la macchina, andare al lavoro ecc.), dall’altro lato questi schemi ci “costringono” a reagire automaticamente alle situazioni, invece di scegliere in maniera consapevole il modo in cui vogliamo comportarci.

Come funziona la Mindfulness? Cosa avviene durante tale pratica?

  • All’inizio dobbiamo concentrare la nostra attenzione su un oggetto o un punto specifico, come ad esempio una determinata parte del nostro corpo (ATTENZIONE SOSTENUTA).
  • Dopo poco tempo avviene, in maniera naturale, che la nostra attenzione tenda a divagare (DISTRAZIONE), ad allontanarsi dal focus attentivo del momento. Questo divagare mentale (MIND-WANDERING) è un processo involontario che avviene anche quando noi tentiamo di mantenere l’attenzione su un determinato punto del nostro corpo.
  • Dopo il divagare mentale dobbiamo fare una sorta di INTROSPEZIONE, ovvero dobbiamo guardare dentro noi stessi e capire che la nostra attenzione ha divagato. Questa introspezione ha come conseguenza la CONSAPEVOLEZZA dell’esserci distratti.
  • Una volta ottenuta la consapevolezza della distrazione dobbiamo fare uno SWITCHING, ovvero dobbiamo spostare la nostra attenzione da uno stato di divagare mentale a un nuovo stato di attenzione sostenuta. Questo è possibile attraverso la RI-FOCALIZZAZIONE.
  • Abbiamo in tal modo ripreso il CONTROLLO della nostra ATTENZIONE SOSTENUTA.

 

Essendo la pratica della Mindfulness estremamente legata ai processi attentivi, la sua evoluzione e la capacità delle persone di praticarla dovrebbe essere legata allo sviluppo delle abilità attentive nella specie. A tal proposito, alcuni studiosi si sono posti una domanda piuttosto insolita, ma molto interessante.

Un Neanderthal avrebbe potuto meditare?

Il Dott. Emiliano Bruner, paleoneurologo del Centro Nacional de Investigación sobre la Evolución Humana (CENIEH), ha condotto uno studio, recentemente pubblicato sulla rivista Intelligence, su come si è evoluta l’attenzione nel genere umano. In particolare, i ricercatori hanno voluto indagare se gli ominini estinti potessero essere in grado di praticare la selezione e il mantenimento degli stimoli mentali.

Questo lavoro propone cambiamenti evolutivi nell’attenzione associati all’origine del genere umano e nell’uomo di Neanderthal, anche se solo con l’Homo sapiens questa capacità cognitiva ha raggiunto una complessità che avrebbe profondamente rivoluzionato il comportamento, la complessità tecnologica e la struttura sociale della specie.

I risultati

A livello paleoneurologico, si valuta il ruolo svolto dall’evoluzione dei lobi parietali nell’attenzione, che può essere definita come la capacità di mantenere il processo cognitivo centrato su un obiettivo nel tempo e nello spazio a fronte di distrazioni interne ed esterne. A livello archeologico, lo studio valuta le informazioni sull’industria litica (oggetti in pietra) e sull’ecologia degli ominini estinti, considerando quei comportamenti che potrebbero suggerire cambiamenti evolutivi nella memoria di lavoro e nelle capacità visuo-spaziali.

I lobi parietali, che sono una parte fondamentale della rete attenzionale, sono coinvolti anche nella capacità di immaginazione visiva associata alla nostra particolare abilità di proiezione nel passato (ricordi) e nel futuro (previsione). Un disallineamento tra questa capacità di proiezione e la rete attenzionale può influenzare l’equilibrio tra la percezione del momento presente e le ruminazioni interne, che sono le cause principali dell’alta prevalenza di stress, ansia e depressione nelle società umane.

Nonostante l’importanza dell’attenzione in tutti i processi cognitivi, questa capacità non era mai stata esaminata da una prospettiva paleoantropologica in precedenza. In termini di anatomia, la documentazione paleoneurologica suggerisce che la corteccia parietale abbia subìto un relativo ingrandimento nei Neanderthal e, soprattutto, negli esseri umani moderni. Queste variazioni anatomiche corrispondono ai cambiamenti culturali associati alla complessità tecnologica e sociale. Le inferenze dell’archeologia cognitiva indicano che l’Homo sapiens è specializzato anche nella memoria di lavoro e nell’integrazione visuospaziale, rispetto ai taxa umani estinti. Queste caratteristiche sono probabilmente associate a cambiamenti nel sistema di attenzione e nei processi cognitivi che riguardano la metaconsapevolezza, il controllo cosciente del mind wandering, la resistenza ai distrattori e la gestione degli indizi emotivi.

Conclusioni

Per tornare alla domanda dell’articolo: Un Neanderthal avrebbe potuto meditare?
La risposta è: Forse si, ma con molta fatica.

Stando ai risultati dello studio, la capacità di concentrazione dei Neanderthal era buona, ma non quanto quella dell’Homo Sapiens. Dato che gli esseri umani sono la specie che ha effettivamente evoluto capacità cognitive di alto livello, tra cui l’attenzione, un Neanderthal forse avrebbe potrebbe meditare, ma con uno sforzo non indifferente. Tuttavia, il suo insegnante di Mindfulness avrebbe sicuramente dovuto essere un Homo sapiens!

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