Cos’è l’intelligenza fluida?

Quello di “intelligenza” non è un concetto di facile e univoca definizione. Gli studiosi Cattell e Horn da sempre suddividono l’intelligenza in due componenti: l’intelligenza fluida, alla base dell’apprendimento, e l’intelligenza cristallizzata, che si riferisce ai prodotti della conoscenza già acquisita.

Secondo i due autori, l’intelligenza fluida rappresenta la capacità biologica di base dell’apprendimento (che include la capacità di acquisire nuove abilità e nuovi contenuti) e l’intelligenza cristallizzata si riferisce invece ai prodotti dell’istruzione o della conoscenza acquisita (Kausler, 1991; Gardner & Clark, 1992). Questi due tipi di intelligenza hanno anche tempi e modalità di sviluppo differenti; l’intelligenza fluida raggiunge il suo picco massimo intorno ai 20 anni per poi iniziare il declino. Al contrario, l’intelligenza cristallizzata aumenta tra i 20 ed i 30 anni e rimane stabile per il resto della vita (Sternberg & Powell, 1983; Gilinksy & Judd, 1994).

In breve, l’intelligenza fluida è la capacità di pensare logicamente e risolvere i problemi in situazioni nuove, indipendentemente dalle conoscenze acquisite.
L’intelligenza cristallizzata, invece, è la capacità di utilizzare competenze, conoscenze ed esperienze già apprese o vissute.

Da cosa deriva l’intelligenza fluida?

Uno studio pubblicato su Scientific Reports, frutto di una collaborazione internazionale tra Università di Bologna, Università di Oxford (Regno Unito) e Università di Aarhus (Danimarca), ha scoperto che nelle persone particolarmente intelligenti le diverse aree del cervello sono maggiormente connesse e comunicanti tra loro rispetto alla media. Sembrano essere particolarmente solide anche le connessioni a lungo raggio, ovvero quelle tra aree cerebrali fisicamente distanti l’una dall’altra.

I ricercatori spiegano che l’intelligenza fluida derivi sia dal livello di integrazione delle connessioni tra le diverse aree del cervello che dalla velocità delle comunicazioni che si diramano attraverso queste connessioni.

 

La ricerca

I ricercatori hanno utilizzato uno strumento estremamente sofisticato, la magnetoencefalografia (MEG), per misurare la solidità delle connessioni strutturali tra le diverse aree cerebrali. In seguito, hanno stimato la velocità con cui queste aree comunicano tra di loro.

Hanno utilizzato tre misure principali denominate degree, modularità e coefficiente di segregazione.

  • Degree: si riferisce al livello di integrazione delle informazioni nell’intero cervello quando le aree cerebrali comunicano
  • Modularità: indica invece in che modo il cervello può essere suddiviso in modo ottimale in network distinti di aree cerebrali
  • Coefficiente di segregazione: mostra come ciascuna area cerebrale sia collegata all’intero cervello o a un numero limitato di aree cerebrali vicine

I risultati

I risultati ottenuti hanno mostrato che le persone con un elevato livello di intelligenza fluida hanno un alto degree, ovvero un alto livello di integrazione delle informazioni, e un basso coefficiente di segregazione, quindi una forte connessione delle singole aree cerebrali con l’intero cervello.

“Questo risultato”, commenta uno dei ricercatori, “suggerisce che le persone altamente intelligenti hanno un cervello le cui aree sono più connesse e comunicanti e soprattutto che le connessioni a lungo raggio, cioè tra aree cerebrali fisicamente lontane l’una dall’altra, sono particolarmente forti”.

Conclusioni

La ricerca scientifica non si configura mai come un punto di arrivo, ma sempre come un punto di inizio. Il cervello è uno dei nostri organi più enigmatici e, forse per questo, più affascinanti. La ricerca per conoscerne e spiegarne il funzionamento è infinitamente vasta, ma ogni lavoro scientifico rappresenta un passo in più verso la conoscenza della nostra cognizione.